MUSICA, VITA ED ALTRE AMENITÀ


28.2.07

La lavagna...

... dopotutto da' una certa soddisfazione.



21.2.07

Take Five

La venerazione dei tempi composti è qualcosa che al non-proggomane medio suona assolutamente incomprensibile. L'unico genere di spiegazione che sa darsi è che il proggarolo è costituzionalmente nerd, che va in visibilio per il tecnicismo fine a sé stesso, che non sa godere dell'aspetto fisico della musica, gloriosamente rappresentato dal 4/4. E invece no. O magari sì, ma il motivo non è quello.
In un pezzo musicale, ritmo e melodia sono in genere due elementi fondamentali. E' ovvio che tengano conto l'uno dell'altro e che l'alchimia del pezzo debba molto ai loro bilanciamenti o sbilanciamenti. Quando si ha a che fare con un tempo composto, magari uno di quei metri irregolari aksak che continuano a cambiare, i due elementi si intrecciano al punto tale che è praticamente impossibile distinguerli. La melodia diventa il ritmo e il ritmo diventa la melodia. Quelle sulla perdita di fisicità sono balle colossali, perché un tempo irregolare è qualcosa che entra dentro, prende in maniera viscerale e si impossessa di ogni energia corporea e mentale disponibile. Tenere il tempo, muoversi, tamburellare diventa una necessità fisiologica. Non è che gli abitanti dell'Est europeo siano degli idioti e si siano trastullati per secoli con temi tradizionali impossibili da ballare e assimilare, riservati a pochi e noiosi eletti che abbiano del tempo da sprecare stando seduti in poltrona ad ascoltare ghirigori virtuosistici senza capo né coda. E' che lo sviluppo ritmico, che è stato l'elemento fondante delle tradizioni musicali di mezzo mondo, nella rimanente metà (in cui noi siamo inclusi) è stato sacrificato in funzione di quello armonico. Non è un bene e non è un male, ed è un pezzo che la musica occidentale si da' da fare per rifarsi, magari rinunciando a qualche costrutto armonico per scoprire un po' del "groove" della musica afro-americana. Non è questa però l'unica strada possibile, anche se senza dubbio è la più battuta: proprio perché ancora adesso ci suonano così "strani", i tempi composti guadagnano da noi il doppio della valenza che hanno dove sono di comune impiego, aggiungendo alla loro naturale vivacità un elemento di sorpresa e straniamento (che, una volta fattaci l'abitudine, si fa sempre meno presente). La musica in tempi composti non avrà groove e nemmeno swing, non sarà ossessiva come un four to the floor, ma se è stata ballata da intere nazioni per secoli qualche motivo ci sarà.

12.2.07

Ascolti

Dai, faccio la pleilista. Solo da inizio mese che se devo metterci anche tutta la roba dei mesi scorsi non finisco più. Ripesco giusto qualche disco per completare alcune "aree tematiche".

Emocore
La notizia è la seguente: a furia di sbeffeggiare gli emo di qua e di là, è finito per piacere pure a me. E in maniera decisamente preoccupante.
E' opportuno comunque, fare qualche distinguo. Il primo emocore, quello dei Rites of Spring e degli Embrace (ma questi non li ho sentiti), mi fa schifo pesantemente. Niente di nuovo sotto il sole d'altra parte, è hardcore con tutti i crismi dell'hardcore: batteria di latta tum-pa tum-pa, piglio punk, riff grezzi e quant'altro. Una singola canzone mi piace da matti: "All there is". Il resto lo trovo proprio irritante.
Specularmente, il recente "emo" del tutto privato del "core" tende a infastidirmi pure lui. Qui tracciare linee di confine è più difficile, ma in ogni caso i vari gruppi approdati su MTV o a un passo dal farlo non mi incuriosiscono (ho sentito solo i singoli su yotube), che siano i My Chemical Romance, i Dashboard Confessional, i Thursday (questi ultimi davvero terribili) o chi per loro. Ributtante anche il "metalcore", almeno a giudicare da youtube. Qui proprio non riesco nemmeno a cogliere l'elemento hardcore: mi pare death metal melodico di bassissima lega e mi fa schifo per gli stessi motivi per cui non amo gran parte del metal.
Cosa resta? In primis, rimangono i mai troppo celebrati At the Drive In e gli stuoli di imitatori più o meno "progressivi". Imitatori che vanno passati attentamente al setaccio, ai partire dagli stessi Mars Volta, autori di un primo album eccezionale e di due dischi inconcludenti, sbrodolato fino allo spasmo l'uno e privo di mordente l'altro. Spacciati come emo-prog si trovano pure i Coheed and Cambria, in realtà dediti a una sorta di pomp-rock che più che dal progressive e dagli ATDI sembra prendere (e male) da Led Zeppelin e Dream Theater. Facendosi strada un po' a fatica di gruppi interessanti comunque se ne trovano: sotto ne cito un paio.
Last but not least, il fatidico (per me) screamo: dopo aver adorato Saetia, Hot Cross, Off Minor, City of Caterpillar e Circle Takes the Square, mi sono ributtato in questa corrente estrema e post-rockeggiante, questa volta alla scoperta di alcuni dei progenitori. Con alcune scoperte decisamente sorprendenti.

Sunny Day Real Estate: Diary (1994) 8
Sunny Day Real Estate: How it feels to be something on (1998) 7,5
Il primo disco dei Sunny Day Real Estate è una delle cose più oneste e sentite che abbia mai ascoltato. Non vuol dire che sia un disco rozzo o fatto senza testa: la voce è molto studiata, anche un po' falsa e distante nel suo voler ricercare il più possibile il connubio tra impeto, introversione e melodia. Fatto sta che al ritornello dell'iniziale "Seven" mi è del tutto impossibile resistere, e da lì il disco mi trascina nel suo turbine emotivo, inanellando nel frattempo giri di basso e arpeggi che scavano un segno profondo.
A quattro anni di distanza esce il terzo album: non so cosa sia accaduto nel frattempo, ma di certo di acqua sotto i ponti ne è passata. Via tutta la ruvidezza e la splendida ingenuità dell'esordio, via ogni irruenza "core" e dentro complesse architetture progressìve à la "Ok Computer". Qua il gioco è tutto sui chiaroscuri, sulla tensione che cresce a poco a poco e viene sprigionata mantenendo ben saldo il controllo sul freno. Il distacco della voce qua è ancora più netto, e gli si aggiunge l'eleganza pianificata delle parti strumentali, e se il primo impatto è meno diretto nel giro di pochi ascolti il disco si rivela denso, coinvolgente e ricchissimo di sfumature.

The Get Up Kids: Four Minute Mile (1997) 7

The Sound of Animals Fighting: Tiger and the Duke (2005) 7,5
The Sound of Animals Fighting: Lover, the Lord has left us... (2006) 7
"Supergruppo" formato da componenti di svariate emo-band di bassa lega, i Sound of Animals Fighting sono tutto meno che la somma delle loro parti. Il primo disco suona come avrebbe dovuto suonare un degno seguito di "De-Loused in the Comatorium", con un bel po' di frenesia post-hardcore a rimpiazzare le porcherie latineggianti e le infatuazioni zeppeliniane degli ultimi Mars Volta. La carne al fuoco è tantissima, forse troppa: per intanto l'impressione è ottima, col tempo vedrò di capire se tutti gli elementi in gioco sono davvero necessari. Esaltante, comunque, il disco lo è di certo.
Il secondo disco è difficilmente paragonabile a qualcosa di già sentito. Saranno le maschere da animale che indossano i concerti, ma si direbbe proprio che i Sound of Animals Fighting abbiano deciso di trasformarsi nei Residents del post-hardcore. O nei Massive Attack, nei Kukl, nei This Heat o va' a saper che altro. Si può dire che le carte in tavola cambiano tutte, tranne le due componenti principali: caos e melodia. In un labirinto di campionamenti, vocalizzi arabeggianti, convulsioni elettroniche e ronzii chitarristici, i pezzi perdono qualsiasi forma di linearità e si trasformano in luoghi sonori, pozze da cui affiorano ora una melodia lontana, ora un violino folk, ora i gorgheggi di una radiotrasmittente in avaria. Che dire... un guazzabuglio come non ne sentivo da tempo. Già questo, e l'innegabile piacevolezza dell'insieme, basta a mantenere il loop su quest'album.

Coheed and Cambria: The Second Stage Turbine Blade (2002) 5
E son stato buono giusto perché, alla fin fine, sono riuscito ad arrivare alla fine. Scaruffi da' a questa ciofeca più di "Relationship of Command". E' un peccato che là in california i roghi non siano più di moda.

Still Life: From Angry Heads with Skyward Eyes (1993) 7
Disco anche bello, un po' troppo lagnosa la voce, sì, ma il vero problema è che la qualità del suono è infima. Gli strumenti son tutti mischiati in una fanghiglia piena di boati e rimbombi. No, non è una cosa molto avant, assicuro. Poi i pezzi ci sono eh, e il sound pure fatte salve registrazione e missaggio: cantato lamentoso e funereo, chitarra bassa, lenta e pesante, drumming monolitico e basso sparato sugli acuti. Si direbbe proprio di essere in presenza dei Joy Division dell'emocore, ma certi arpeggi e le dinamiche fanno pensare più che altro ai Mogwai. Certo, poi un pezzo solare e malinconico come "Sunrise Sunset" ha un effetto del tutto spiazzante, come uno sprazzo di sole che allontana per un attimo le nuvole. Se solo fosse registrato decentemente...

Indian Summer: Science 1994 (compilation, 1994) 8,5
Ok, adesso non ci sono più scuse e mezzi termini: questa raccolta è un capolavoro fatto e finito, la musica contenuta è fondamentale per il rock successivo, la scarsa notorietà di questa band ha qualcosa di criminale. Non credo che molti siano in grado di immaginare un incrocio tra Slint e At the Drive-In: ecco, non fatelo, scaricate il disco e sentite.
"I Think Your Train is Leaving" si apre col gracchiare di un vecchio vinile di blues femminile, espediente che fa da legante tra tutte le canzoni e conferisce alla raccolta un fascino "in bianco e nero" e un distinto senso di coesione. Subito attaccano le chitarre e sembra di trovarsi al cospetto del fratello gemello di "Spiderland": riff sbilenchi, svuotati, accelerazioni e pause improvvise. E dopo una tesissima sequenza di stop'n'go ecco la prima "esplosione" del disco e forse il primo accenno di post rock "emotivo" assieme a qualche arpeggio qua e là dei Bark Psychosis. Ben più di qualche accenno si trova invece nella strepitosa "Angry Son", che per inciso deve esser piaciuta tanto agli At The Drive-In, visto che "198d" è praticamente la copia a carta carbone. Qua le dinamiche, le atmosfere e il suono sono tali e quali a quelle che saranno dei Mogwai. E sebbene l'ipotesi appaia remota, non escluderei che anche la via dei Godspeed You Black Emperor! sia passata di qua, essendo i canadesi stati a lungo interessati alla scena hardcore. Di certo in ogni caso c'è che i Saetia sarebbero stati impensabili senza questo gruppo, e assieme a loro tutto quanto di buono abbia prodotto lo "screamo" che ne sarebbe derivato. Imprescindibile.

Native Nod: Today Puberty, Tomorrow the World (compilation, 1996) 7,5
I Native Nod sono un po' la versione "indie" dell'emocore. O forse il gruppo che più si avicina al post-hardcore tout court. Vortici dissonanti alla Sonic Youth, chitarre ritorte, ritmi spigliati ma "incastrati", un po' alla Quicksand volendo, e c'è pure qualcosa dei Neurosis. Più che qualcosa. S', è brutto mettersi a fare il giochino dei paragoni, ma il suono di questa band si presta bene a questo genere di "caccia al tesoro". Quello che va specificato è che a dispetto dei mille rimandi, si tratta di un sound assolutamente coeso e personale, e i pezzi sono ottimi, alcuni davvero eccezionali, col sax di "Mr. President" a dare l'ennesima nota di colore a una raccolta davvero meritevole.

Blink-182: Enema of the State (1999) 8
Non guardatemi così, che questo disco lo odio da quando è uscito. Questi cavolo di singoli erano ovunque e al tempo se una cosa piaceva a tutti a me doveva fare ribrezzo. Non sono cambiato di molto, e ora che tutti sputano nel piatto in cui hanno mangiato io mi scopro ad amare non solo "Adam's Song" (che, si può dire quel che si vuole, ma è un gran pezzo) ma ogni singola traccia di un album che non ha tracce deboli. Avendo accettato come "forti" i singoli, ovviamente - certo che se non convince "All the Small Things" probabilmente tutto il disco suonerà come la stessa merda. "Zen Arcade" è, secondo la pietra miliare, il disco definitivo sull'adolescenza. Non sulla mia, e a dire il vero neppure "Enema of the State" lo è, ma ci sento molto di più le sensazioni dell'adolescente. Il solito disco da teenager? Sì, e che me ne frega. Il solito disco di finto hardcore? Sì, e a me l'hardcore "vero" fa cagare. Mentre "Enema of the State" mi piace da matti.

Altre prelibatezze:

A Minor Forest: Flemish Altruism (1993-1996) (1996) 7,5
Colossamite: Economy of Motion (1998) 7
Ruins: Stonehenge (1989) 8
Happy Family: omonimo (1995) 7

Tipographica: God Says I Can't Dance (1996) 7,5
I giapponesi hanno qualcosa di strano nella testa e questo si sa. In ogni caso questo disco (ma anche i due citati subito sopra) ne è l'ulteriore riprova. Disco ritmicamente imbordellatissimo, pieno di melodie anche molto dirette ma frastagliate a dismisura, continuamente spezzate da beat sbilenchi, spigoli e incastri di varia natura. Disco molto piacevole, solo per progressivomani però, perché il sound non ha paura di risultare incoeso o di fare affidamento sui vari hammond e synth, anche se un certo atteggiamento zappiano è forse uno degli elementi più evidenti del disco. Credo che col tempo crescerà, è uno di quegli album che han bisogno di parecchi ascolti per essere assimilati.

Island: Pictures (1977) 7,5
L'album più estremo del progressive melodico viene dalla svizzera e si presenta con un'evocativa copertina del connazionale Hans Ruedi Giger. Disco freddissimo, praticamente senza anima, "Pictures" porta la passione del genere per gli incastri e i tempi dispari alle estreme conseguenze, avvicinandosi più a tanto avant-prog che al progressive da cui prende le mosse: Genesis, VDGG, ELP e soprattutto Gentle Giant, anche se credo che un'ascoltatina al primo disco degli Henry Cow se la siano data per forza. I brani, la cui parte vocale è purtroppo poco incisiva in genere, sono quanto di più ritmicamente imbordellato si possa concepire cercando di conservare il melodismo e la "sinfonicità" dell'insieme. Niente chitarra, vari fiati e parecchio hammond per un lavoro fatto essenzialmente di cervello e atmosfere, che arriva in più episodi ad anticipare alcune architetture e frasi ricorrenti tipiche del math e può collocarsi assieme a "Lark's Tongues in Aspic" tra i precursori occulti del genere.

Circus: Movin' On (1977) 8,5
Ancora progressive svizzero, ma dallo stile completamente diverso dal precedente. Questa volta si tratta di un capolavoro bello e buono, una delle vette del genere senza il minimo dubbio. Un disco davvero solare, senza ombre di sorta, con le sue schitarrate acustiche a reggere l'andatura jazzata dei pezzi. I cinque accordi dell'iniziale "The Bandsman" già si piazzano tra i giri memorabili del rock. Il cantato si rifà spudoratamente a Peter Hammill ma è incredibile come il suo stile tenebroso e spirituale venga stravolto in chiave spensierata senza minimamente perdere di efficacia. L'organico strumentale è ricco e si appoggia spesso sui fiati per ricami delicati e perfettamente a fuoco, mai invasivi e di gran gusto. La title-track è una suite di 22 minuti che passano in un battibaleno. Chiunque non disdegni il progressive dovrebbe sentire questo disco.

Rush: Hemispheres
(1978) 7,5
Take That: Beautiful World (2006) 5,5
Iannis Xenakis: La Legende d'Eer (1995) 6,5

Bola Sete: Live at the Montrey Jazz Festival (1966) 8
Ok, questo disco è stupendo, che altro devo sentire?

Blowzabella: A Richer Dust (1988) 7,5
Ai Blowzabella manca (mancava) pochissimo per realizzare il capolavoro definitivo del folk celtico. Il loro sound è travolgente, e si basa sui muri di suono creati dalle due ghironde, dai due sax, dalle cornamuse e dal basso elettrico. La suite che occupa la prima facciata è qualcosa di emotivamente intensissimo, strutturalmente non così lontano dal soft/loud di marca Godspeed You Black Emperor!, anche se si tratta di musica tradizionale suonata come tale, senza nessun intellettualismo e senza nessun occhio rivolto al mondo rock. La seconda facciata contiene brani cantati, ma non tutti gli episodi sono ugualmente validi. In ogni caso si tratta di un ottimo disco da parte di una band eccezionale e sorprendente.

4.2.07

Notturno

E' un po' che non scrivo. Non che abbia molto da scrivere, forse perché in questo periodo ho avuto meno occasioni di riflettere. Fortunatamente, si potrebbe dire. Potrei parlare di $cose che ho visto/fatto/ascoltato ma non mi va. E allora un po' di pensieri sparsi:

1) Siamo italiani, sì? E allora perché tutta questa voglia di essere americani? Nomi inglesi, testi in inglese, slogan in inglese, marchi in inglese. E poi ci casco pure io, perché come faccio a negare che, per dire, "Eclypse" sia più figo di "Eclissi", e che "The Northern Lights" lo sia più di "Le Luci del Nord"?
2) Mi sto finalmente rendendo conto di essere affetto da sindrome del "Bastian contrario". No, ok, lo sapevo già e lo sapevano già tutti da prima che lo sapessi io. Però ora sto pian piano capendo come funziona. Esempio, l'ambito musicale, visto che ci dedico tanto (troppo/troppo poco, dipende dagli aspetti) tempo. Tanti appassionati ("indiesnob" si potrebbe definirli) schifano il pop da classifica. Ora, non è che io sia il paladino del pop di MTV, beninteso, anzi a dire il vero vengo a sapere mesi dopo dei tormentoni e quando accendo MTV ho circa la stessa reazione della gente "comune" quando browsa il mio hard disk ("e tutti questi chi cazzo sono?"). Però non condivido l'approccio, involontario e inconscio, di queste persone: il pop, essendo artefatto, nato da un compromesso tra artista e etichetta, costruito e studiato apposta per piacere a più gente possibile - con sopra il cartellino "mangiami" insomma (per citare Carroll) - li irrita profondamente, gli suona come un tentativo esasperato di plagio, un assalto alla loro libertà. Quindi va affossato.
Io un fenomeno simile lo vivo però nei confronti delle opinioni altrui. Non di tutte, solo di quelle che assumono, relativamente al gruppo in cui mi trovo, una posizione dominante che fa di tutto per restare tale. Resterò nel medesimo esempio. Trovo una scheda su un disco (che non ho sentito) considerato particolarmente importante, poniamo che sia una scheda di Scaruffi così il fenomeno risulta amplificato di un fattore 100. Questa scheda spiega per filo e per segno perché il disco è eccezionale, mi descrive a una a una le sensazioni che mi trasmetterà, mi istruisce sul perché deve piacere, perché deve piacermi.
Una persona normale scarica il disco e si ritrova la "strada spianata" dalla pratica "guida all'ascolto" offertagli dal gentile Signor Scaruffi. Non gli sarebbe mai piaciuto "Trout Mask Replica" al primo colpo, né lo capisce del tutto anche così, però fidiamoci, seguiamo le indicazioni e prima o poi il disco si disvelerà. E così accade: ah sisì, capolavoro assoluto, uno dei più grandi dischi di sempre, disco che mi ha cambiato la vita, ora non ascolterò più nulla allo stesso modo. Grazie, Piero.
Io parto già prevenuto. Il fatto di avere già le "istruzioni", di aver già tutto "digerito" mi irrita allo stesso modo in cui gli "indiesnob" sono irritati dal pop. Lo sento come un tentativo di plagio, qualcosa di inaccettabile. Dovrei fidarmi ciecamente di quel che mi dici? Provare le sensazioni che descrivi? Ma scherziamo? Manco morto, ora lo ascolto eh, e vediamo chi ha ragione. Ecco, to', questo disco non è proprio niente di speciale, anzi, nono', è proprio brutto, mediocre, scadente. Come al solito, Signor Scaruffi, avevo ragione io.
Ovviamente è probabile che lo stesso disco, consigliatomi in via "confidenziale" da qualcuno di cui mi fido mi avrebbe fatto tutto un effetto diverso. Lì sarei stato io a dovermi cimentare con il disco, senza nessuna via preferenziale segnalata coi neon. All'avventura. Alla fine, mi sia piaciuto o no, il disco lo avrei "esplorato" io, in maniera autonoma, e questo è quello che mi piace fare. Tutti i miei dischi preferiti li ho conosciuti in questo modo: o per indicazioni di persone fidate, o per mie ricerche personali un po' qua e un po' là, in ogni caso senza nessun "vangelo" e nessun "guru", né seguendo il cammino della "massa" (non a caso, quasi tutti i dischi ascoltati perché "fondamentali" secondo la massa sono finiti per non piacermi).
Questo per dire dei dischi, ma il ragionamento si estende a ogni ambito della vita. Ed è una brutta cosa. A 14 anni i miei coetanei si ribellavano ai genitori facendosi le canne per sentirsi grandi, e io per sentirmi grande mi ribellavo a loro e non me le facevo. Mica che rimpianga il non essermele fatte (i rimpianti sono altri), però quella che mi sembrava e mi sembra una cosa tanto intelligente va a finire che l'ho fatta per un motivo terribilmente stupido.

Beh, a quanto pare qualcosa da scrivere ce l'avevo. Buonanotte.