MUSICA, VITA ED ALTRE AMENITÀ


13.10.06

Ascolti della settimana (7-13 ottobre)

In questi giorni ho ascoltato un po' troppa roba nuova. Purtroppo la curiosità per le novità porta facilmente alla "bulimia" musicale, e se col tempo ho imparato abbastanza a trattenermi ogni tanto qualche sana abbuffata ci sta. Non è per questo, però, che su alcuni dischi (quelli segnati con l'asterisco) non sono riuscito ancora a farmi un'idea vera e propria, ma perché sono molto lontani dai miei ascolti abituali e assimilarli mi risulta difficile. Il voto che ho messo accanto, nel loro caso, indica solo quanto mi hanno colpito o interessato.
Questa settimana ho cercato di scavare un po' nella musica sperimentale di metà anni '60, per comprendere un po' meglio gli aspetti meno evidenti dell'era psichedelica. Ho così rispolverato qualche vecchia conoscenza e, con l'aiuto del listone di Nurse with Wound appena scoperto, pescato tra le bizzarrie più svariate, trovando dischi interessanti così come egregie ciofeche.
Ho poi formulato il buon proposito di ascoltare almeno un disco di jazz "vero", uno di musica non-occidentala, uno di classica e uno di colta contemporanea al mese, magari ripartendoli sulle varie settimane. L'interesse c'è da tempo ma, visto che l'ascolto richiede molta concentrazione, va sempre a finire che "rock e dintorni" prendono il sopravvento sulle buone intenzioni. Vediamo come va...

Alan Sondheim: Ritual All 7-70 (1967) 7,5/10
Improvvisazione liberissima, di stampo jazzistico ma aperta anche a strumenti non occidentali. Tredici pezzi strumentali dai titoli originalissimi ("770", "771", "772"... l'unica a non seguire lo schema è "June") basati più sulle tessiture che sulle melodie. Il disco è proprio bello, si respira un'atmosfera di divertimento e di cazzeggio ma non di quello cazzone o freak tanto in voga nel periodo. Il fascino è più borghese, sembra musica suonata seduti sui comodi divanetti di un circolo intellettuale un po' snob. Un atteggiamento più da avanguardie del primo novecento che da anni '60! La musica è animata da una curiosità distaccata, "da ricchi", che cerca quasi di spacciarsi per un semplice passatempo, un modo come un altro per ammazzare la noia. Però quel che ne esce è ben di più: un disco fantasioso, multisfaccettato e soprattutto caldo e gradevolissimo, sia da lasciare in sottofondo che da ascoltare attentamente, facendo caso ogni volta a nuovi dettagli.

AMM: Ammmusic (1966) 6,5/10 (R)
Cromagnon: Orgasm (1969) 4,5/10
Les Rallizes Denudes: 67-69 Studio et Live (1991) 4,5/10 (R)
John Cale: Stainless Gamelan: Inside the Dream Syndicate Vol. III (2003) 7,5/10 (*)
The Velvet Underground & Nico: [omonimo] (1967) 7,5/10 (R)
The Velvet Underground: White Light/White Heat (1968) 7/10 (R)
The Velvet Underground: [omonimo] (1969) 6/10
The Velvet Underground: VU - A Collection of Previously Unreleased Recordings (1985) 6/10

Igor Wakhevitch: Docteur Faust (1971) 7,5/10
Disco dalle atmosfere scurissime, "Docteur Faust" del francese Igor Wakhevitch si colloca in qualche modo dalle parti degli Amon Duul II, con una psichedelia tetra, sinfonica e dilatata, ma particolarmente lucida. Wakhevitch impiega un'intera orchestra oltre ai "soliti" strumenti del rock: ogni strumento e' pero' usato piu' come "colore" di una tavolozza che come mezzo di esposizione tematica. Accanto a una lunga composizione di 10 minuti, "Materia prima", stanno sette pezzi piu' brevi e un'introduzione. "Materia prima" si apre con un bell'ostinato di basso, gia' cupissima, per poi evolversi in un pezzo fortemente orchestrale. Gran colpi d'arco, timpani a profusione, contrappunti magmatici di fiati, il ragazzo ci e' decisamente rimasto sotto con Stravinsky. L'orchestra si quieta ed emerge un coro che declama frasi in tono e a tema sepolcrale, mentre pian piano emergono i sinistri scricchiolii elettronici che portano nelle campane a morto di "Eau Ardente". Spezzoni di un discorso del Papa in latino, pioggia, rumore di carri merci e schiocchi di frusta accompagnano l'emergere di loop di fantascientifico e scurissimi accordi di corno e violoncello.
Insomma, l'idea del disco e' questa: orchestra, stramberie elettroniche, rumorismi simil-industrial, voci oltretombali o ripescate da nastri registrati, qualche raro tema melodico accompagnato da una batteria marziale, tutto al fine di evocare atmosfere apocalittiche. Nonostante la descrizione possa far apparire il contrario, il disco non e' mai pomposo o gratuito, anzi e' davvero a fuoco e coinvolgente.

Echo and the Bunnymen: Crocodiles (1980) 7/10 (R)
Echo and the Bunnymen: Ocean Rain (1984) 7/10 (R)
The Comsat Angels: Waiting for a Miracle (1980) 6,5/10
Wire: Pink Flag (1977) 5,5/10 (R)
Coil: Horse Rotorvator (1986) 7/10
Dead Can Dance: Spleen and Ideal (1985) 5,5/10 (R)
Dead Can Dance: The Serprent's Egg (1988) 6,5/10 (R)
Dead Can Dance: Aion (1990) 7/10 (R)
Sainkho Namtchylak: Stepmother City (2000) 5,5/10 (R)
Tuvinian Singers & Musicians: Chöömej : Throat-Singing From The Center Of Asia (1993) 7,5/10 (R) (*)

Orphaned Land: Mabool: The Story of the Three Sons of Seven (2004) 6,5/10
Non sono un amante né un gran conoscitore del death metal, tendo a detestare il rock orchestrale, peggio che peggio il metal. Eppure quest'album degli israeliani Orphaned Land mi ha convinto, nonostante il tono pomposo e magniloquente, i synth, gli archi, i cori operistici, il suono immondo e l'ossessione per i bending del chitarrista solista. Merito essenzialmente dell'ottimo sposalizio tra metallo e musica tradizionale araba (non so se poi quest'ultima sia "vera", ma ai fini del risultato poco importa), che rende l'atmosfera del disco davvero particolare. A differenza che in altri esperimenti world-metal (penso ai Sepultura) i motivi tradizionali hanno un peso molto rilevante e non sono solo una "spezia". La compenetrazione dei linguaggi non è certo totale: si tratta pur sempre di death metal occidentale "condito" con massicce dosi di salsa arabeggiante, non veramente di death metal composto "alla orientale". Eppure la giustapposizione suona quasi paritaria, e non si ha la sgradevole sensazione di "temi Alpitour irranciditi" che - almeno a me - provoca la musica dei Nile. Il disco è un concept su non so bene che inondazione, e ha di certo il difetto di essere prolisso, ma nel complesso è un lavoro interessante e piacevole.

Nightwish: Once (2004) 5/10

The Postman Syndrome: Terraforming (2002) 8,5/10 (R)
"Terraforming" degli statunitensi The Postman Syndrome è uno di quei capolavori che vengono dimenticati ancora prima di essere scoperti. Un caleidoscopio di stili eterogenei che in qualche modo suona incredibilmente compatto e fa quasi domandare "com'e' che nessuno ci aveva ancora pensato?". Un condensato delle tendenze piu' "progressìve" della storia del rock, dall'alternative rock di Radiohead e Oceansize alle varie branche del post-hardcore e del post-sludge (Neurosis, Pelican, At the Drive-In, Dillinger Escape Plan) passando per il buon vecchio prog anni '70 (Yes, King Crimson), certo nu-metal (Korn, Deftones ma anche System of a Down), il metallo "matematico" di Tool e Meshuggah, le atmosfere dei Dredg da una parte e degli Explosions in the Sky dall'altra.
Impossibile pero' pensare di esaurire la descrizione nell'enumerazione dei rimandi che il disco evoca fin dalle prime note. "Terraforming" e' soprattutto un disco fatto di pezzi fantasiosi, variopinti e coinvolgenti come pochi. Ogni passaggio, ogni riff, ogni cambio di tempo e di stile suona assolutamente necessario: la musica e' elaborata e ambiziosa ma mai prolissa, noiosa o fine a se' stessa. Cosa non secondaria, come in ogni disco prog che si rispetti la melodia ha un ruolo fondamentale, e i pezzi sono, a modo loro, squisitamente pop.
Forse il miglior ritratto di cosa possa voler dire "progressive rock" oggi, "Terraforming" fornisce anche un ottimo esempio di come sia possibile trovare un'unita' nella "diaspora" metallica degli ultimi anni, e senza mai risultare ostici o gratuiti.

East of the Wall: [omonimo] (2006, EP) 7/10 (R)
Gli East of the Wall, assieme ai Day Without Dawn, nascono dallo scioglimento dei The Postman Syndrome. Se l'EP dei Day Without Dawn gioca (male) sulla fusione progressive/alternative-rock, gli East of the Wall prendono invece la direzione opposta, esplorando quei "nuovi" territori al confine tra post-rock, post-sludge e progressive rock gia' dipinti egregiamente dagli ultimi Pelican, dai Red Sparowes e dai Russian Circles. Il disco non e' nulla di sorprendente quanto "Terraforming", e' piu' vicino stilisticamente allo standard del genere, ma senza dubbio si colloca tra i piu' riusciti del settore e segna un ulteriore passo nella sua evoluzione. Lo stile risente fortemente di quello dei Postman Syndrome, specie nel piglio alternative rock e nell'attitudine progressiva. Qua e la', specie nelle parti piu' rilassate, affiorano reminescenze dei Maudlin of the Well, confermando l'impressione che il gruppo stia procedendo piu' o meno deliberatamente alla "ricongiunzione" dei diversi fili del metal alternativo di oggi.

Telstar Ponies: Voices from the New Music (1996) 7,5/10
Alle radici dei Mogwai stanno i Telstar Ponies, anello di congiunzione tra slo-core e post-rock "emotivo". Nata da una costola dei Teenage Fanclub, in questo secondo disco la band di Glasgow arriva a uno stile ibrido, tanto proteso verso le proprie radici (i Sonic Youth sono percepibilissimi) quanto rivolto al futuro, con l'intuizione del "crescendo" che muove i suoi primi passi. E' un album di canzoni, tristissime per la maggior parte, litanie da ultimi sopravvissuti all'inverno post-atomico. Voci rassegnate, chitarre rigorosamente in minore, la tensione sale piano piano ma ancora non arriva ad esplodere, trasmettendo un enorme senso di vuoto. Da spararsi nelle palle, ma bello bello.

Mogwai: Young Team (1997) 8/10 (R)

Nuccini!: Matters of Love and Death (2006) 5,5/10
Primo disco solista del chitarrista dei Giardini di Mirò. L'intento di parecchi brani sembra quello di sposare anticon e post-rock, ma spesso il risultato e' piu' che altro: parti vocali e beat che vanno in una direzione - basi/loop/texture che si fanno i fatti propri. Sarebbe stata necessaria piu' integrazione, perche' cosi' la sensazione e' quella di due mondi messi a contatto forzatamente e senza curarsi troppo di farli "collaborare". Un altro problema è la piattezza delle parti vocali. All'interno di ogni brano la varieta' metrica e' minima e limitata prevalentemente a alternanze del tipo "strofa-ritornello". Peraltro trovo discutibile la scelta dell'inglese: mettersi alla prova con una lingua "difficile" per il rap come l'italiano avrebbe probabilmente reso il tutto piu' interessante, anche perche' ho idea che uno stile un po' alla Why? potrebbe attaccare bene sulla nostra lingua. I pezzi piu' risuciti alla fin fine son quelli che si allontanano un po' dalla ricerca del connubio azzardato ad ogni costo, puntano un pelo piu' in basso e azzeccano quel paio di cadenze giuste ("God is the Spider"). Nel complesso un lavoro immaturo, un po' "buttato li'", tra cliché, imitazioni spregiudicate (e non molto riuscite) dei cLOUDDEAD, eccessive ambizioni e mancanza di idee compositive solide. Si fa ascoltare, ma si sente la mancanza di "piatti forti".

Shipping News: Very Soon, and in Pleasant Company (2001) 7,5/10
Venetian Snares: Huge Chrome Cylinder Box Unfolding (2004) 6/10 (R)
Venetian Snares: Rossz Csillag Alatt Született (2005) 7/10 (R)
Merzbow: 1930 (1998) 4,5/10 (*)
Merzbow: Aqua Necromancer (1998) 6,5/10 (*)

(R) indica i riascolti, (*) i dischi su cui un'idea vera e propria ancora non me la sono fatta

2 comments:

kosmo said...

gran bel blog! Pieno di consigli interessanti. Ripasserò spesso

ciao
kosmo

Johnny Mox said...

decisamente.